OH, CANADA (2024) - TORNANDO DAL CINEMA


Conoscere sé stessi è, per alcuni filosofi, l’unica prova dell’esistenza. 

Il vero.


La ricerca del vero, in sé stessi, è possibile in maniera autentica solo grazie ad una macchina da presa puntata davanti all’intervistato “dritta davanti agli occhi, in modo che possa guardare solo quella. Poi attendete, la persona parlerà. Vuole farlo. Deve farlo. Aspettate. Ascoltate”.

Sono questi i consigli (citati quasi alla lettera secondo memoria e sempre considerando il doppiaggio), del regista di documentari Leonard Fife (Richard Gere/Jacob Elordi)[1].

Dal romanzo I tradimenti di Russell Banks, Paul Schrader ci racconta una storia di fuga e ricerca.

Quest’uomo segue il suo stesso consiglio di fronte all’invito di due ormai cresciuti adepti e colleghi (e della loro assistente: Michael Imperioli, Victoria Hill, Penelope Mitchell) di fare un ultimo film “del reale” in cui è proprio il maestro a mettersi a nudo, prima che la malattia lo accompagni “al confine”.

L’attraversare una frontiera per cambiare vita è la peculiarità dell’esistenza di Gere, un qualcosa pregno di sofferenza, che necessita di un senso di riconciliazione e di una confessione alla sua incredibilmente generosa, paziente, geniale-e-per-questo-sensibile-in-modo-diverso-da-tutti-gli-altri moglie e migliore alunna, Emma (Uma Thurman). E questo tema della possibilità di cambiare rotta, di aggiustarsi, è un tema sempre più ricorrente e continuamente rivisitato attraverso generi (essi stessi ribaltati), come dimostrato in Maestro giardiniere e ne Io collezionista di carte.

Con nostra grande gioia.


Lei è capace di amare, lui no.

Questo è quello che crede il regista.

“Chi non ha futuro ha solo il passato”.

Superando un paio di pregiudizi sull’assistente giovane e amante di Malcolm, curiosa e brillante, e sulla attuale moglie e collega di Malcolm, molto più talentuosa di lui e sempre ex-allieva, Gere non può sottrarsi al suo auto-imposto flusso di coscienza.

Ma c’è un “ma”.

Il potere della macchina da presa, che ha rappresentato tutto nella vita del regista e che dovrebbe essere la manifestazione del catartico riconoscersi, con Emma sempre accanto al malato che soffre per questo atto di violenza, potrebbe non bastare. Per le fughe dalle responsabilità, per i tradimenti.


Ecco perché improvvisamente non soltanto amo Paul Schrader per aver pensato ad una storia sofisticata e molto emotiva che richiami la difficoltà nello stare nel mondo vs la difficoltà nel tradurre quello che si sente nell’arte per stare meglio al mondo, per perdonarsi e per farsi perdonare, non soltanto amo in sostanza il suo riportare i temi fondanti dell’esistenza in un Otto e mezzo felliniano tutto personale e sempre attuale, ma lo amo per il coraggio di rompere qualcosa, di frammentare, riguardo a questa certezza che la tanto voluta catarsi possa vincere la tragicità della vita solo perché lo si vuole. Che possa vincere la memoria annebbiata dalla malattia grazie all’indole del nobile racconto. Che possa sconvolgere le credenze della donna amata tentando di sconvolgerla per dimostrare quanto si sia una merda senza fare i conti con quanto quella persona sia o non sia scesa già a compromessi per amore con tutta la sua volontà. Che possa favorire una redenzione data da una sincerità che potrebbe essere tardiva, quasi meschina, oppure semplicemente insufficiente.

Quale miglior modo, se non utilizzare il meglio dell’impostazione formale di una inchiesta narrativa, mista al flusso di coscienza e ad una serie di tecnicismi sofisticatissimi, lucidissimi, ma che poi ci si rende conto essere incompleti, irrisolti e confusi. Dall’utilizzo dei personaggi di età e fasi diverse della vita uniti dal racconto di quell’aneddoto (Jacob Elordi è Gere da giovane), passando per l’utilizzo del colore con messa a fuoco non precisa e luci opache del ricordo emotivo al bianco e nero perfetto dei momenti maggiormente razionalizzati e analizzati, freddamente esposti per colpire al cuore di Emma nel processo di auto-demitizzazione?

Da Quarto potere a Rashomon a Otto e mezzo, tutto si sgretola su sé stesso sempre di più, coerentemente con la resistenza del malato che vacilla, si perde, si addormenta, necessita continuamente di assistenza.

Il conflitto tra i fanatici del cinema del reale che non possono perdere neanche un secondo della sofferenza, alla volontà del vero amore di riservatezza, di intimità, che abbraccia la vita e scaccia l’invadente macchina da presa, questo road movie d’inchiesta drammatico e tragico (quante parole, ma giusto per capirsi) è un esperimento di grandissima sensibilità e sapienza. Un vero gesto.

Un vero regalo, non rassicurante, del maestro Schrader, non a caso sceneggiatore di fiducia di Scorsese (Taxi driver su tutti) e grande regista anche di cinema indipendente, d’autore e al contempo popolare e universale.

“Oh, Canada!”, ascoltandolo nella splendida colonna sonora, ci suggerisce anche l’espressione: 

“Oh, vita!”.

D'altronde, uno che voleva andare a Cuba e poi è finito in Canada...


SPOILER: SPIEGAZIONE

In molti hanno obiettato al film la sua mancanza di una scrittura brillante o precisa. Io credo che lo sceneggiatore e regista abbia utilizzato perfettamente il mezzo cinematografico per organizzare una messa in scena inizialmente rigorosa e degna dei grandi classici, per poi progressivamente smembrarla parallelamente al percorso di mancanze mnemoniche del suo protagonista.

L’incapacità di coniugare perfettamente lo spirito di ricerca interiore è una caratteristica reale dell’uomo, specialmente se questo è tormentato da rimpianti e da una malattia come il cancro. Il nostro Richard Gere è inoltre un uomo indeciso, avventato, egoista, che ha preso diverse scelte sbagliate d’impulso ed è sempre stato cinico. Il ricordo del passato, nella sua intervista, con la pretesa di rivolgersi a sua moglie e alla macchina da presa in una dicotomia tra vita sentimentale e vita artistica, viene messo in scena magnificamente proprio perché il film è poco “bello” o poco “coerente”. Gere/Elordi voleva andare a Cuba in preda ad una crisi giovanile e finisce in Canada per scappare da una gravidanza interrotta e da una vita da ingabbiante repubblicano sposato a capo di un’azienda. Ma per sfuggire anche da un’amante comprensiva, e da un’altra moglie incinta prima ancora. E non sappiamo neanche quanto di tutto questo sia vero. La crudeltà della vita, impossibile da indirizzare felicemente, si riversa sul rifiuto del figlio quando questo si presenta dopo anni ad un’anteprima dell’ormai affermato regista. E ancora un rifiuto, nonostante il senso sia tutto in una questione: sua moglie, davvero innamorata e persona onesta, lo ha compreso e accudito fino alla morte, mentre il nostro Gere è un codardo e si rifugia nell’arte per una riconciliazione col mondo, ma anche per sentirsi degno di vivere.

Per questo la forma dei ricordi, offuscati o con una fotografia sbiadita a colori, o resa in freddi bianco e nero, ci regala la complessità dell’artista alla Guido Anselmi con il realismo tragico di Travis Bickle.

Anche la scena di lui omosessuale che si presenta davanti al sergente per la chiamata alle armi ha una doppia chiave di lettura: figurata, poiché potrebbe essere l’ennesima fantasia di una mente stordita dalla malattia di un uomo che non ha risolto i suoi problemi con l’accettazione di sé stesso; la lettura logica e razionalizzata, romanzata nel documentario (perché un po’ come lui, i documentari non possono mai essere veri al cento percento in ogni momento), del suo scaltro tentativo di farsi rifiutare dal sergente per evitare la guerra di fine anni Sessanta.

Come la scena, per concludere, del mezzo rapporto sessuale con Gloria, la moglie del suo amico, che ha il volto di Uma Thurman, ovvero Emma. Una scena che forse indica un barlume di speranza e di vero amore che è stata l’ultima fuga, stavolta verso l’amore e non via da esso.

Nonostante il tentativo di sabotarsi e di umiliarsi con la sfinente intervista di un uomo morente.

Schrader ci trascina nella sua emotività e abbandona la perfezione formale per abbracciare una malinconia che guarda al cinema con speranza ma anche tragico cinismo, di fronte alla vita. 



Spero non sia troppo tardi per vederlo in sala!

 

Di Giovanni Piretti

 

 

 



[1] Il primo attore mai amato particolarmente ma che migliora in questa veste per la sua paranoica pacatezza nel raccontare una così frammentata coscienza e fisicità; il secondo sta bene nella parte.

 

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