PORNOSTAR - Toshiaki Toyoda (1998)
Il titolo è fuorviante e riguarda una questione legata all'investimento della piccola produzione che lo ha realizzato grazie alla vendita di uno shooting di nudo di un'attrice. In realtà, il titolo dipende anche dalla parola giapponese "waisetsu", con cui si intende "porno" e che richiama foneticamente e semanticamente anche il termine "violence". Il regista T. Toyoda voleva descrivere una sere di temi in una cornice di degrado che era Shibuya negli anni '90. Il film è stato anche rinominato Tokyo Rampage, per essere diffuso meglio. Ma andiamo con ordine...
Un ragazzo sempre incappucciato arrivato da Okinawa a Shibuya, con probabile disturbo dello spettro dell'autismo, metaforico o fisico è tutto da scoprire, vaga per la città e si scontra (letteralmente) con un ribelle della Yakuza, ribelle anche nei confronti della mafia stessa, poiché "abbaia" molto ma non combina granché.
Questo incontro porterà ad un primo sfogo di violenza, inaspettatamente del primo ragazzo e non del secondo, e quest'ultimo lo prenderà con sé per svolgere alcuni lavori sporchi.
Ma non funzionerà e le loro strade si separeranno per un po'...
Trattasi di un film decadente, che riflette la "sindrome di fine millennio", dal look indi e dalle caratteristiche dell'anti-yakuza e anti-formazione. Dove "anti" sta a significare il ribaltamento del genere e del simbolismo tipici.
In alcuni momenti lirici sembra che la stessa pellicola non creda troppo nel suo linguaggio e la regia riflette questo crollo voluto attraverso espressioni e gesti di personaggi, che si rendono conto della loro nullità. Ciò accomuna i due protagonisti, sullo stesso piano, ma in fasi diverse del percorso. Una skater sembra poter portare lo spirito di ribellione giovanile più ingenuo, dolce, cercando "altri lidi", con l'idea di lasciare la città e godersi l'avvento degli anni duemila. Basterà il suo tentativo di coinvolgere il nostro solitario?
Questo film intercetta quello che sarebbe diventato fino a oggi un sempre più frequente senso di inadeguatezza e disillusione, non che di isolamento e alienazione, il più forte dopo gli anni Settanta forse.
Il protagonista, con la sua borsetta del Madison Square Garden che sembra un mcguffin ma non lo è e il look da invasato, sfogherà tutta la sua frustrazione senza mai per questo cambiare o trasformarsi, senza ottenerne giovamento (ecco perché è anti-formazione).
Una scena emblematica con molti coltelli sarà la sintesi dell'inevitabile immobilità del nostro essere.
Contano molto le distanze nelle inquadrature.
E conta molto il camminare, camminare continuamente. Per non-andare dove?
La musica, nei momenti appunto quasi western per espressione del cammino eroico, valorizza l'atmosfera suonando una carica rock, anche post punk, tipica dei gruppi che esplodono in questi anni, tra Radiohead, Oasis e Blur, per intenderci.
Mentre la caccia a delle pasticche di una misteriosa ragazza ci riporta nel genere nel modo più tragico e straniante.
Da segnalare uno strano alternarsi di: movimenti di macchina precisi, di camera fissa molto più in stile indie, di macchina a mano da buona la prima; in base al personaggio che si sta seguendo e all'atto del film (più si va avanti, più la regia è compatta e la tecnica si fa sentire). Nella prima metà ad esempio, dopo una scena di dialogo corale girata macchina a mano, in cui si intravede qualcosa del cinema del Dogma, ma in cui si mantiene il rigore di non scavalcare mai di campo, per 3 secondi c'è uno scavalcamento del tutto immotivato, seguito da un carrello invece molto preciso. Proprio a segnalare la mancanza di direzione del nostro ribelle Yakuza, secondo protagonista.
Si può dunque affermare che questo film ha una logica complessiva molto semplice e insieme molto articolata, non sempre perfettamente coerente anche nella forma, e per questo interessante.
Inoltre, riporta la condizione di violenza e di usi ormai insiti nel Giappone (e nell'homo sapiens) al centro dell'attenzione di una nuova generazione, diversa ma uguale alle altre, che già si vede meccanicamente predisposta e senza via di scampo, come vediamo in una simbolica scena verso il finale.
Di Giovanni Piretti




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