MAY DECEMBER (2023) - UNA RIFLESSIONE IN MEDIAS RES
MAY DECEMBER
Trasgressivo in un certo senso, tutto ciò su cui pone maggiore attenzione è in realtà più vuoto, mentre i dettagli, i momenti, gli stacchi, quelli sono pregni. Ed è il riflesso della trama e della struttura. È un noir, quasi un'inchiesta alla Quarto potere. Ma non è molto importante ciò che si dice. Eppure il film si fonda su questi dialoghi, su queste informazioni infinite, dettagli sulla vita privata di questa insolita famiglia. Il mistero della famiglia però è praticamente anche svelato dall'inizio, ma mai del tutto. E comunque non ci interessa quanto l'atmosfera. Il contorno è molto più interessante. E più coinvolgente. È tutto molto strano per la improbabile normalità. E oltre alla storia e alla struttura formale, abbiamo infine l'elemento valoriale, anche questo in linea: Julianne Moore realizza un film su sé stessa per mettersi a nudo su qualcosa che è anche il suo trauma. Ed utilizza Natalie Portman come interprete per mettere in luce questa fragilità, non per risolverla. E l'aspetto mediatico è molto interessante e molto attuale. Recita la sua fragilità per mezzo di un'altra, ma recita già lei pur essendo autentica in questo. D'altro canto, Natalie Portman sembra la vera protagonista, dell'indagine e della creazione del personaggio, tutto il suo ego e la sua presunzione comunque perdono di significato. Sono il manierismo che, come detto fin'ora, non è ciò di cui si vuole realmente parlare nonostante sia sempre in mostra. Sono il racconto usuale che non alberga qui. È per questo che è un riferimento a Persona sì, ma quasi all'opposto. Il film non ripiega su sé stesso per specchiarsi ma si distacca da sé continuamente. Immensa poi la figura di questo marito quasi inesistente, ma anche complesso e compresso in sé stesso. Oppure questi figli che sembrano alieni. L'unica che si chiede quanto sia inquietante questa operazione narrativa arriva verso la fine.
Nonostante la fine, anzi proprio per l'espressione finale di Natalie Portman nel ricevere le parole di Julianne Moore, ci rendiamo conto che non abbiamo mai creduto a questa sovrapposizione.
E che la Portman, nel suo monologo, è al livello opposto (esistenziale, emotivo, empatico, mentale) rispetto a quello che dovrebbe essere se fossimo davanti al film di Bergman.
D'altronde, Julianne Moore ha puntato un fucile alla volpe.
Natalie Portman si crede la volpe della storia. Ma non lo è.
Comunque film bello, ma quasi più interessante che bello.
Di Giovanni Piretti



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